(ASCA) - Roma, 14 mar - ''Non c'era bisogno di tanta urgenza
e pubblicita': in un articolo pubblicato oggi in prima pagina
dall'Osservatore Romano il presidente della Pontificia
Accademia per la vita, Mons. Rino Fisichella fa autocritica
sul comportamento della Chiesa di fronte al caso della
bambina brasiliana di nove anni stuprata e messa incinta dal
patrigno, e successiva fatta abortire dalla madre. In
quell'occasione l'arcivescovo di Resife aveva annunciato
pubblicamente la scomunica per i medici e per la madre della
bambina stessa, suscitando numerose critiche in Brasile e
all'estero.
''Prima di pensare alla scomunica - scrive mons.
Fisichella - era necessario e urgente salvaguardare la vita
innocente'' della bambina, ''e riportarla a un livello di
umanita' di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti
annunciatori e maestri''. Eppure, commenta l'arcivescovo,
cosi' non e' stato e, purtroppo, ne risente la credibilita'
del nostro insegnamento che appare agli occhi di tanti come
insensibile, incomprensibile e privo di misericordia''. La
condanna scagliata dall'arcivescovo di Resife e', secondo
mons. Fisichella, ''un giudizio che pesa come una mannaia.
Il presidente della Pontificia accademia per la vita
ammette che nel caso di Resife ''si sono scontrate la vita e
la morte'' e che ''a causa della giovanissima eta' e delle
condizioni di salute precarie la sua vita era in serio
pericolo per la gravidanza in atto''. In un caso come questo
la decisione e' ''ardua per il medico e per la stessa legge
morale''. ''Il rispetto dovuto alla professionalita' del
medico - argomenta Fisichella - e' una regola che deve
coinvolgere tutti e non puo' consentire di giungere a un
giudizio negativo senza prima aver considerato il conflitto
che si e' creato nel suo intimo. Il medico porta con se' la
sua storia e la sua esperienza; una scelta come quella di
dover salvare una vita sapendo che ne mette a serio rischio
una seconda, non viene mai vissuta con facilita'''.
Monsignor Fisichella chiede quindi trattare
''sbrigativamente'' un caso come quello della bambina di
Resife non rende ''giustizia ne' alla sua fragile persona ne'
a quanti sono coinvolti a diverso titolo nella vicenda''.
In conclusione, per il presidente della Pontificia
Accademia per la vita, ''non c'era bisogno di tanta urgenza e
pubblicita' nel dichiarare'' una scomunica latae sententiae,
ovvero automatica. ''Cio' di cui si sente maggiormente il
bisogno in questo momento e' il segno di una testionianza di
vicinanza con chi soffre, un atto di misericordia''. Carmen,
conclude l'arcivecovo, stiamo dalla tua parte.
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