Prima di quel 12 dicembre nessuno
aveva sentito parlare di strategia della tensione, ne' di
stragi o servizi segreti deviati, vocaboli diventati col
tempo patrimonio del lessico comune. Ma la bomba che alle
16.37 di quel giorno del 1969 provoco' 17 morti e 88 feriti
in pieno centro a Milano non cambio' solamente gli argomenti
di conversazione del popolo italiano, rivelando la presenza
di poteri occulti che mal digerivano le contestazioni operaie
e studentesche e puntavano sulla svolta autoritaria.
Anche se l'ordigno piazzato nella sede della Banca
dell'Agricoltura a piazza Fontana fu l'unico a provocare
delle vittime, quel pomeriggio le bombe furono in tutto
cinque. Una fu trovata inesplosa nella sede della Banca
Commerciale Italiana sempre a Milano. Le altre tre
scoppiarono a Roma, a pochi minuti di distanza da quella
milanese, davanti alla Banca Nazionale del Lavoro di via
Veneto, all'Altare della Patria e al Museo del Risorgimento a
piazza Venezia, dove si verificarono quattro feriti.
Che dietro la sequenza di attacchi ci fosse un disegno ben
preciso fu chiaro fin dall'inizio, ma quarant'anni dopo il
primo grande mistero della storia della Repubblica italiana
e' rimasto ancora senza una vera e propria soluzione. Ci sono
voluti 7 processi a carico di esponenti anarchici e di
estrema destra, con la condanna per favoreggiamento di alcuni
agenti dei servizi segreti, ma nel 2005 la magistratura ha
assolto anche gli ultimi indagati, chiudendo il caso in
maniera probabilmente definitiva. Gli unici rimasti contro i
quali puntare il dito sono tre membri di Ordine Nuovo,
organizzazione di estrema destra fondata dal missino Pino
Rauti: Franco Freda e Giovanni Ventura, per i quali la
Cassazione ha riconosciuto la responsabilita'
nell'organizzazione dell'attentato, senza poter tuttavia dar
seguito ad una condanna penale in quanto entrambi assolti
dalla Corte d'appello, e Delfo Zorzi, fuggito in Giappone nel
1974 dove e' diventato un imprenditore, ha assunto la
cittadinanza del Sol Levante ed e' sfuggito cosi' ad ogni
richiesta di estradizione.
Una lunga serie di false piste.
Le indagini iniziali, frutto dei primi tentativi di
depistaggio, si concentrarono sugli anarchici del Circolo
milanese 22 marzo. Uno di loro, Giuseppe Pinelli, fermato il
giorno stesso dell'attentato, muore dopo tre giorni di
interrogatori il 15 dicembre volando dal quarto piano del
palazzo della Questura. Il giorno dopo, sulla base delle
testimonianze di un tassista, Cornelio Rolandi, che afferma
di averlo accompagnato a piazza Fontana il giorno della
strage, finisce in carcere Pietro Valpreda. Per la stampa
italiana e' lui il ''mostro'' e il presidente della
Repubblica, Giuseppe Saragat, invia anche un messaggio di
congratulazioni al questore di Milano. Con Valpreda viene
arrestato anche Mario Merlino, che come si scoprira' solo in
seguito era un neofascista infiltrato nel circolo anarchico.
La pista ''rossa'' si esaurisce presto.
Nel 1971 gli inquirenti mettono nel mirino l'estrema
destra ed arrestano Franco Freda e Giovanni Ventura.
Quest'ultimo viene accusato di aver nascosto un intero
arsenale in un appartamento. Cominciano a delinearsi le
responsabilita' di Ordine Nuovo e nel marzo del 1972 finisce
dentro anche Pino Rauti. Restera' in carcere per una ventina
di giorni, poi alle elezioni di maggio viene eletto deputato
per il Movimento Sociale Italiano ed esce di prigione.
Il 17 maggio del 1972 la bomba di piazza Fontana fa un'altra
vittima indiretta, il commissario Luigi Calabresi (accusato
dalla sinistra extraparlamentare di essere il responsabile
della morte di Pinelli) ucciso con due colpi di pistola. Per
questo omicidio, solo molti anni dopo, verranno condannati
Leonardo Marino e Ovidio Bompressi come autori materiali e
Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani come mandanti, tutti
militanti di Lotta Continua.
Dopo la scarcerazione di Valpreda, che ha passato in prigione
tre anni, la Corte di Cassazione assegna la competenza del
processo a Catanzaro e nel 1973 fa la sua comparsa un nuovo
personaggio chiave, il collaboratore del Sid (il servizio
segreto militare) Guido Giannettini, che riesce a fuggire a
Parigi dove continua per molto tempo ad essere stipendiato
dai servizi. Sara' l'allora ministro della Difesa, Giulio
Andreotti, a dire in un'intervista che Giannettini e' un uomo
del Sid, criticando la decisione di non rendere noto il suo
ruolo al momento del suo coinvolgimento. Solo due mesi dopo,
Giannettini si consegna all'ambasciata italiana a Buenos
Aires. Il governo decide di sciogliere Ordine Nuovo per
decreto, accusandola di riorganizzazione del partito
fascista. Le ombre sul servizio segreto militare si allungano
con l'arresto nel 1974 del direttore del Sid, Vito Miceli,
per cospirazione contro lo Stato nell'ambito dell'inchiesta
sulla ''Rosa dei venti'', gruppo clandestino che comprendeva
anche elementi dei servizi accusato di coinvolgimento in
attentati e stragi e nel tentativo di golpe organizzato da
Junio Valerio Borghese. Miceli verra' assolto e nel 1976
diventera' deputato del Movimento Sociale Italiano.
Il processo continua senza grandi sorprese avvalorando
entrambe le tesi, con imputati anarchici e neofascisti,
mentre tutti gli indiziati per la morte di Pinelli vengono
prosciolti dal giudice Gerardo D'Ambrosio, il quale accerta
anche che al momento della caduta dell'anarchico, il
commissario Calabresi non si trovava nella stanza
incriminata.
Nel 1976 si fa ancora piu' evidente il coinvolgimento del
Sid, con l'arresto del generale Gian Adelio Maletti e il
capitano Antonio La Bruna, accusati di favoreggiamento nei
confronti di Ventura e Giannettini. Al quarto processo a
Catanzaro nel 1977 viene chiamato a testimoniare anche
Andreotti, il quale oppone una lunga serie di ''non ricordo''
alle domande dei magistrati che volevano accertare come mai
tre anni prima il ruolo svolto da Giannettini nei servizi era
stato coperto dal segreto militare.
La verita' di Moro.
Ma e' nei memoriali scritti da Aldo Moro, rapito dalla
Brigate Rosse il 16 marzo del 1978 e trovato morto il 9
maggio seguente, che emerge come la strategia della tensione
sia frutto di ''connivenze di organi dello Stato e della
Democrazia Cristiana in alcuni suoi settori''. Quanto alla
strage della Banca Nazionale dell'Agricoltura, Moro scrive
che ''la pista era vistosamente nera, come si e' poi
rapidamente riconosciuto''.
Le coperture dei servizi continuano intanto a funzionare e
fra l'ottobre del 1978 e il gennaio del 1979 si perdono le
tracce di Freda, mentre Ventura riesce a scappare dal carcere
a Catanzaro. La loro fuga durera' poco: il primo viene
arrestato in Costa Rica ed estradato, il secondo viene
fermato a Buenos Aires.
Tutti assolti a Catanzaro.
Il 20 marzo del 1981 il processo di appello a Catanzaro si
conclude con un'incredibile sentenza di assoluzione nei
confronti di Freda e Ventura, condannati a 15 anni per altri
attentati a Padova e Milano, e di Giannettini, che viene
scarcerato. Confermate invece le condanne, ma solo per
associazione sovversiva, nei confronti di Valpreda e
Merlino.
Il 21 maggio la Presidenza del Consiglio diffonde la lista
degli iscritti alla loggia massonica segreta P2, fra i nomi
compaiono anche quelli di Maletti e La Bruna.
Ad ottobre la Procura di Catanzaro riapre l'inchiesta sulla
strage ed accusa di strage l'ex capo di Avanguardia
Nazionale, Stefano Delle Chiaie, il ''burattinaio'' di
Merlino. Verra' arrestato in Venezuela solo nel 1987, ma due
anni dopo sara' assolto per non aver commesso il fatto.
Entra in scena il giapponese.
Nel 1990 si affaccia sul proscenio Delfo Zorzi, gia'
condannato in primo grado e poi assolto per la strage di
Peteano. Emigrato in Giappone in modo misterioso qualche anno
dopo la strage di piazza Fontana, Zorzi viene sospettato di
esserne l'esecutore materiale ed e' ritenuto legato
all'Uffficio Affari riservati del Ministero degli Interni,
diretto da Federico Umberto D'Amato, agente segreto anche lui
iscritto alla P2. L'ex esponente di Ordine Nuovo, ormai
cittadino giapponese, e' accusato di aver organizzato anche
la strage di piazza della Loggia a Brescia, ma la giustizia
italiana si scontra con il governo di Tokyo che non concede
l'estradizione. Contro Zorzi arrivano anche le testimonianze
di Carlo Digilio, ex membro di Ordine Nuovo ed esperto di
esplosivi, che viene arrestato nel 1992 a Santo Domingo e di
Martino Siciliano, anche lui un tempo iscritto alla
associazione neofascista, il quale racconta che Zorzi gli
aveva rivelato che le bombe del dicembre del 1969 erano state
piazzate per paura che i comunisti salissero al potere e che
gli anarchici arrestati erano solo dei capri espiatori.
L'inchiesta del giudice Salvini e la beffa finale.
Nell'aprile del 1995 il giudice Guido Salvini, che sta
conducendo un'indagine sulla destra eversiva, scopre un
legame fra l'attentato di piazza Fontana e quello contro
Mariano Rumor, presidente del Consiglio nel 1969.
Il 17 maggio del 1973 uno strano anarchico che si professa
seguace delle teorie di Max Stirner, Gianfranco Bertoli,
aveva lanciato una bomba a mano di fabbricazione israeliana
nel cortile della questura di Milano, durante l'inaugurazione
di un busto in memoria del commissario Calabresi alla
presenza dell'allora Ministro dell'Interno Rumor. Il ministro
ne era uscito illeso, ma la bomba aveva provocato 4 morti e
decine di feriti. Secondo Salvini, anche questo attentato era
opera dell'estrema destra, che voleva vendicarsi di Rumor che
all'epoca di piazza Fontana non aveva instaurato l'emergenza
nazionale, impedendo di fatto la deriva autoritaria auspicata
dagli autori della strage.
Salvini si convince che a mettere la bomba sia stato
Zorzi.
Altri dieci anni di processi, che vedranno entrare e uscire
di scena neofascisti di Ordine Nuovo, ex agenti del Sid, non
risolvono il rebus. Ma la teoria di Salvini viene confermata
da un altro terrorista nero, Vincenzo Vinciguerra, in carcere
per la bomba di Peteano, il quale rivela che fra il 1971 e il
1972 gli venne chiesto piu' volte di uccidere Rumor da parte
di esponenti di Ordine Nuovo. Zorzi viene condannato in primo
grado all'ergatsolo insieme a Carlo Maria Maggi, ex camerata
della cellula veneta di Ordine Nuovo.
Verra' assolto in appello nel 2004 e nel 2005 la Corte di
Cassazione confermando l'assoluzione scrive il copione della
beffa finale nei confronti dei parenti delle vittime,
condannati per legge al pagamento delle spese processuali.
Con Freda e Ventura colpevoli, ma non punibili perche' gia'
assolti in via definitiva, Maggi e Zorzi accusati di
complicita' con la strategia eversiva di Freda, ma ritenuti
non colpevoli per le bombe del dicembre del 1969, il 2005
mette la parola fine alla storia. Decine di governi di tutti
i colori e titolari della Difesa e degli Interni
avvicendatisi per anni a via XX Settembre e al Viminale, non
sono riusciti mai ad impedire che su una delle pagine piu'
nere della storia della Repubblica calasse il definitivo
sipario.
(u.d'a.)
(foto AFP) |